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28 Febbraio 2003
La sfida digitale
Intervento di Eleonora Di Fortunato - Associazione Italiana Dialoghisti Adattatori Cinetelevisivi
Mai una rivoluzione tecnologica fu tanto annunciata come quella digitale, e mai si tardò tanto non solo a trovare regole di convivenza dei diversi interessi, ma anche un livello di chiarezza minimo e comune tra i portatori di questi interessi, che sono i proprietari di ciò che circola in rete (autori e produttori), i gestori delle vie di accesso, i venditori dell'accesso agli utenti finali, i consumatori. Le regole dell'industria dei contenuti, che è quella di cui tutti noi facciamo parte, stanno cambiando: l'impresa deve adattarsi a produrre non solo per il grande pubblico di massa dei canali generalisti, non solo per i pubblici differenziati dei canali tematici o specializzati, ma anche per i singoli consumatori, costruendo l'offerta a partire da informazioni di carattere individuale sui bisogni del singolo cliente; le reti di telecomunicazione non sono più semplici infrastrutture su cui transitano le informazioni, ma stanno assumendo la nuova connotazione di rete-mercato, un luogo cioè dove si producono, si scambiano e si consumano prodotti editoriali, e in cui i prodotti culturali dalla fase di prototipo possono raggiungere direttamente il consumatore finale saltando le fasi tradizionali della riproduzione e della distribuzione fisica. Di più, la rete non solo determina la possibilità di accesso al nuovo mercato - nel senso che chi vuole accedervi in veste di produttore, di consumatore o di intermediario deve essere necessariamente connesso - ma anche i confini e la geografia del mercato - che coincide con l'estensione della rete -, le modalità di circolazione e di scambio, e infine la selezione dei clienti. E l'industria dei contenuti, che è entrata in una fase matura, ha un forte interesse a passare dalla logica del prodotto distribuito su supporto fisico a quella del servizio accessibile in rete, come dimostrano le strategie dei protagonisti dell'industria editoriale, in cui le imprese più dinamiche - anche al fine di bilanciare la tendenziale crescita dei costi di produzione con una tendenziale eliminazione dei costi di riproduzione, immagazzinamento e distribuzione - si preparano ad affiancare e a sostituire, parzialmente ma progressivamente, la produzione di opere su supporto fisico con la fornitura delle stesse opere in rete. D'altra parte, la rete consente a chiunque non solo di ricevere una quantità enorme di informazioni, ma ne fa un soggetto attivo della comunicazione, mettendolo in condizione di diffondere, potenzialmente a tutte le persone collegate alla rete da qualsiasi parte del mondo, messaggi e opere, e anche di rielaborarle. Tende così a venir meno sia la distinzione fra l'autore che crea l'opera e l'impresa che la diffonde, sia la distinzione fra questa impresa e l'utente privato: l'autore può diffondere l'opera senza intermediazione industriale, mentre il privato è in grado di alterare qualsiasi opera e di realizzarne copie identiche, che può mettere a disposizione senza difficoltà non solo della cerchia di amici e conoscenti, ma di qualsiasi interessato. Tutte queste potenzialità si stanno sviluppando in una sorta di west selvaggio, in cui alla strumentalità di potenze ben determinate che affermano che in ambiente digitale i tradizionali diritti di proprietà intellettuale siano privi di significato, fa altisonante eco la retorica un po' puerile della cyber-anarchia, secondo la quale la creatività verrebbe meno quando entra in contatto con il denaro, per cui perfino molti autori sembrano sognare di sostituire la loro soffitta bohémienne con l'elemosina in rete. Si fanno così strada concetti come quello di "copy left" - un curioso gioco di parole: libero da diritti = di sinistra, sostenuti a gran voce da autori e consumatori "ortodossi", non si sa quanto ingenui o quanto strumentali ai padroni del mercato, il cui interesse, se non altro per tradizione, è quello di avere la massima disponibilità di prodotto al minimo costo. Intanto i pubblicitari, che hanno invece le idee molto chiare, stanno imponendo la strategia finale di distribuire a costo zero buoni contenuti, attirando con questa svendita il maggior numero di visitatori per poi capitalizzare questo flusso ospitando messaggi pubblicitari a pagamento. I grossi investimenti pubblicitari nelle chat e nelle caselle postali gratuite danno un segnale del valore che il business ha raggiunto, e del fatto che è proprio l'advertising il pilastro dei nuovi contenuti offerti dalla rete. Già oggi una quantità considerevole di documenti sono diffusi in rete da privati senza il consenso degli autori e degli altri aventi diritto, e questa non è che una piccola anticipazione di quanto avverrà quando verranno realizzate le infrastrutture nazionali e internazionali dell'informazione di cui Internet è solo il prototipo. E accanto alla pirateria commerciale, quello che si espanderà enormemente è il mercato della "pirateria altruistica", un fenomeno equivalente alla copia privata - sulla quale però il legislatore è intervenuto - ma infinitamente più diffuso, viste le potenziali dimensioni delle reti informatiche: finché ogni paese avrà istituzioni specifiche e procedure particolari, districarsi nei meandri della burocrazia non sarà facile, e ci sarà chi per non rinunciare a utilizzare strumenti e informazioni, preferirà avvalersene in modo illecito. E, poiché la tecnologia digitale tende a far venir meno la distinzione tra l'utilizzazione professionale o imprenditoriale e quella privata e personale, anche la trasmissione tra privati per finalità non commerciali dovrebbe rientrare nel diritto esclusivo di riproduzione e richiedere il consenso del titolare. Il problema si pone negli stessi termini in cui si poneva riguardo alle copie di fonogrammi o di videogrammi prima della legge 93/92: o si vieta tout court la riproduzione privata per uso personale o la si legalizza in cambio del riconoscimento per gli autori di un diritto a un compenso. È sicuramente opportuno lasciare spazi liberi alla comunicazione fra privati che nella società dell'informazione si svolgerà sempre più in rete, ma bisogna essere consapevoli che il riconoscimento di tali spazi si potrebbe trasformare in una breccia nella tutela del diritto d'autore. Va da sé che tutto questo farà aumentare la richiesta di contenuti, insieme alla necessità di tradurre le opere per i vari bacini linguistici; ma questo non si tradurrà pacificamente in una equa partecipazione di autori, traduttori e altri aventi diritto alla crescita dell'utilità economica delle loro opere. Anzi, al contrario, non è difficile prevedere che l'impresa farà il possibile per tenerli fuori dalla spartizione della grande torta. Insomma, il rischio per gli autori, che sono tradizionalmente l'anello debole dell'industria dei contenuti, è di perdere completamente il controllo sul destino delle loro opere, con buona pace anche di ogni diritto morale. Il fatto è che qui si parte dalla premessa sbagliata che la libera circolazione delle idee - che è, siamo tutti d'accordo, sacrosanta - coincida con la libera circolazione della loro espressione, che invece va tutelata in quanto proprietà di menti creative, non foss'altro che per far sì che queste menti creative possano permettersi di continuare ad avere libere idee. Quello che deve essere ben chiaro è che il cambiamento del mezzo di distribuzione non autorizza a negare il principio della proprietà intellettuale, come è falso e disonesto far credere all'utente che sia più democraticamente corretto, perfino più "di sinistra", fruire gratuitamente di opere che sono frutto del lavoro creativo di qualcun'altro. E questo per una ragione molto semplice: perché per stare in rete si paga comunque qualcuno ("Non esistono pranzi gratis", diceva l'economista Milton Friedman). Ben vengano direttive e leggi che cerchino di portare ordine e stabilire confini allo sfruttamento delle opere, ma, d'altra parte, non serve riconoscere agli autori e ai loro produttori diritti se non si danno loro anche gli strumenti per farli valere: sistemi di controllo universali e riconosciuti da tutti gli stati per controllare il traffico in rete. Ora, esistono già e sono in corso di perfezionamento diversi dispositivi tecnici che consentono di limitare l'accesso alle opere e la possibilità di richiamare e di copiare le copie stesse, nonché di subordinare al pagamento di compensi prestabiliti sia l'accesso alle opere sia la possibilità della loro riproduzione, attraverso l'assegnazione a ogni opera di un codice numerico collegato in rete a una banca dati centrale, permanente e sempre aggiornata, contenente le informazioni sul copyright, sui diritti, sugli accessi e sulle transazioni di acquisto. Una proposta potrebbe essere quella, ogni qualvolta venga scaricata un'opera protetta, di prelevare una quota per copia privata sul prezzo di accesso alla rete che viene pagato ai gestori telefonici oppure, dove l'accesso alla rete è gratuito, sul costo-contatto delle inserzioni pubblicitarie o sul contratto pubblicitario stesso. Ma il problema, allora, non è tanto tecnico quanto politico, se ancora ci si chiede se sia preferibile la completa identificazione delle opere digitali o se questa sia piuttosto una minaccia per la privacy e la libertà di informazione. Gli autori, da parte loro, abituati a delegare le decisioni, dovranno cominciare a imporsi come protagonisti del governo delle novità che li riguardano, sollecitando interventi legislativi di tutela del diritto d'autore senza eccezioni patteggiabili. Sul piano economico dovranno entrare nell'ordine delle idee che non converrà più essere pagati direttamente, ma che sarà più vantaggioso avvalersi di un'amministrazione collettiva dei diritti, e anzi, dovranno attivarsi perché sia elaborata una struttura in rete che amministri e ripartisca i loro diritti. Il decreto legislativo 154/97, che nel recepire una direttiva comunitaria ha stabilito per gli autori cinematografici (e anche per gli adattatori, che sono i traduttori dell'audiovisivo) un diritto irrinunciabile per ogni utilizzazione delle loro opere, costituisce un precedente estremamente funzionale cui far riferimento. Questa è l'unica via per difendere l'autonomia culturale, la libertà delle idee e quindi la democrazia, dalla tendenza all'appiattimento nella mediocrità del pensiero unico che il mercato unico per sua natura comporta.
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