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25 Settembre 2002
Intervento del Segretario Piero Fassino alla Camera dei Deputati sulla questione Irachena



Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, naturalmente noi abbiamo ascoltato con grande attenzione, come era giusto e doveroso, il suo discorso in un

passaggio cruciale per la comunità internazionale. Stiamo discutendo dell'eventualità di una guerra, di un atto estremo da cui possono discendere conseguenze difficili ed imprevedibili per la comunità internazionale e anche per il nostro paese. E io credo che la discussione qui debba essere una discussione che rifugge, quindi, da qualsiasi forma di demagogia e da qualsiasi forma di pregiudizio.
Dico subito all'onorevole Adornato che la nostra posizione non è determinata in alcuna misura da ragioni di politica interna. Abbiamo sufficiente senso delle istituzioni e della politica per distinguere la scena internazionale e le sue dinamiche dal teatro della politica italiana.
Quello che noi vogliamo dire con grande nettezza, anche dopo avere ascoltato il discorso del Presidente del Consiglio, è che non ci appare un approccio utile al paese ed alla pace dare per scontato ed inevitabile l'uso della forza, nel momento in cui la comunità internazionale è impegnata in ogni modo nel cercare di dare una soluzione politica alla vicenda irachena che escluda l'uso della forza. Invece, a noi appare che sia nel discorso del Presidente del Consiglio sia nel discorso dell'onorevole Adornato si dia per scontato che l'uso della forza sia inevitabile e che il problema sia semmai di motivare bene perché ci si debba ricorrere.
Io penso che, invece, il problema sia quello di cercare di vedere cosa si deve fare per non arrivarci, evitando anche di dare una rappresentazione - questa sì ad uso di politica interna - manichea, un po' ridicola e caricaturale, secondo cui chi ha perplessità o contrarietà all'uso della forza non sarebbe consapevole dei pericoli che comporta il terrorismo, sarebbe lassista e concessivo nei confronti di Saddam Hussein o, addirittura, sarebbe vittima di un pregiudizio antiamericano. Dico chiaramente che questo modo di ragionare non mi pare utile. Questo sì è piegare alla politica interna scelte di politica estera.
Noi non sottovalutiamo affatto la minaccia enorme e il rischio che comporta per il mondo il terrorismo, a partire da ciò che è avvenuto l'11 settembre e che dopo l'11 settembre si è reso più manifesto di quanto non fosse prima. In


particolare, l'esistenza nel mondo di una rete terroristica largamente diffusa, organizzata e strutturata, che dispone di finanziamenti cospicui.
Quindi, la lotta al terrorismo resta una priorità. Lo dico con grande chiarezza: per noi è una assoluta priorità. Semmai, il problema che tutti dovremmo porci è quale sia lo strumento più idoneo per combattere il terrorismo, considerato che il terrorismo conduce una guerra che non utilizza gli strumenti e le metodologie della guerra classica. Il terrorismo conduce una guerra senza divise, mimetizzandosi sotto i torti del mondo; il terrorismo conduce una guerra senza territorio, mentre noi tutti siamo stati abituati a pensare che la guerra si faceva tra Stati per contendersi un territorio; il terrorismo conduce una guerra senza bandiere, sulla base di un fanatismo ideologico o religioso che spesso travalica qualsiasi capacità di contrapporre a quel fanatismo la razionalità dell'intelletto. Tutto questo, probabilmente, richiede che si facciano i conti con il terrorismo non con gli strumenti della guerra classica ma con strumenti di altro genere. Il Presidente del Consiglio nel suo discorso ha richiamato in questo anno l'intenso lavoro di intelligence internazionale che ha consentito di scoprire moltissime cellule terroristiche e reprimerle. Appunto: si sono scoperte e represse e si è impedita un'attività terroristica attraverso una metodologia di intelligence che non è quella della guerra classica ma è una metodologia che si è riferita al tipo di avversario che si aveva di fronte. Quindi, se oggi si vuole riconfermare, come noi riconfermiamo, l'esigenza di una battaglia prioritaria contro il terrorismo, il problema semmai è come rafforziamo tutti gli strumenti più efficaci per colpire le organizzazioni terroristiche, reprimerle ed essere in grado di debellarle per impedire che nuovi 11 settembre si producano.
Noi non sottovalutiamo affatto il pericolo che rappresenta Saddam Hussein e l'Iraq. Caro Adornato, non c'è questo rischio: nessuno pensa che Saddam Hussein sia una vittima del mondo. Saddam Hussein è un pericoloso e sanguinario dittatore e noi consideriamo che sia un obiettivo della comunità internazionale lottare contro la sua dittatura e consentire anche all'Iraq di essere un paese del quale ci siano democrazia e diritti. Semmai, ci sarebbe da chiedersi - ce lo dovremmo



chiedere tutti - e chiederlo a qualche governante del mondo se questo obiettivo sia stato perseguito sempre e con la stessa determinazione sempre e interrogarsi su come mai questa questione di Saddam Hussein abbia un andamento di tipo carsico, che periodicamente torna come una grande minaccia per poi scomparire in un lungo sonno e in un lungo silenzio (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani, Misto-Verdi-l'Ulivo e Misto-Socialisti democratici italiani).
Non so come voterà la Russia nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU qualora ci sia una risoluzione stringente nei confronti di Saddam Hussein. Sottolineo l'incongruenza di aver sottoscritto un accordo per molti miliardi di dollari qualche settimana fa con Saddam Hussein e magari votare una risoluzione che determina l'uso della forza (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo). Infatti, se si considera un pericolo Saddam, allora si usano tutti gli strumenti perché quel pericolo venga finalmente estirpato e quel paese non viva più sotto il tallone di una dittatura.
Noi non abbiamo una posizione antiamericana. Ci sono in Italia, come nel mondo, coloro che utilizzano questa crisi per rispolverare un antiamericanismo che, per quello che ci riguarda, non ci appartiene.
Sappiamo bene qual è stato e qual è il ruolo degli Stati Uniti nel mondo per la garanzia della sicurezza e della stabilità di questo pianeta. Siamo consapevoli - lo ha citato il Presidente del Consiglio e questo ci è chiarissimo - di come gli Stati Uniti siano stati decisivi per garantire libertà a questo continente che per due volte ha rischiato la propria libertà per i propri conflitti. Sappiamo bene quanti siano i ragazzi americani che hanno pagato con la vita la libertà e la democrazia di questo continente e anche del nostro paese. Sappiamo bene che il rapporto transatlantico tra Europa e Stati Uniti è un passaggio cruciale per un mondo più sicuro e più stabile. Non ci sfugge nulla di tutto questo ed è per questo che siamo molto preoccupati perché una guerra che determini una eventuale divaricazione di atteggiamento tra Europa o una parte di essa e Stati Uniti renderebbe il mondo meno sicuro.


Tuttavia, questa è una questione che poniamo non soltanto a noi stessi europei, ma anche al Governo degli Stati Uniti per il quale è altrettanto essenziale il rapporto transatlantico con l'Europa.


Non ci muove neanche una posizione soltanto di carattere morale o etico. Ho il massimo rispetto - credo dovremmo averlo tutti - per chi da una posizione di natura etica, morale o religiosa deriva l'inaccettabilità dell'uso della forza a qualsiasi condizione: è una posizione rispettabile e che io rispetto. So però, facendo politica non da qualche giorno, che la politica, oltre che dall'etica della convinzione, deve farsi carico anche dell'etica della responsabilità. La politica, infatti, può prevedere anche l'uso della forza, ma proprio perché quest'ultimo rappresenta un rimedio estremo, occorre ragionare su come, quando e perché, sulla base di quali principi di legalità, di quale contesto politico, in che modo.
Dal mio intervento si evince che sto sostenendo una posizione che invita a scongiurare in ogni modo la guerra, ad evitare di esserne coinvolti, ma non ho cambiato la mia posizione né quella del mio partito, del mio schieramento rispetto alla vicenda dell'Afghanistan e del Kosovo. Infatti, penso che in Kosovo si fosse di fronte ad una enorme tragedia umanitaria, una pulizia etnica che veniva dopo dieci anni di guerre balcaniche che avevano insanguinato un'intera parte dell'Europa, senza che la comunità internazionale riuscisse per dieci anni, con gli strumenti della sola politica, a fermare quel bagno di sangue. In Afghanistan si era determinata una presenza terroristica che rappresentava una minaccia per il mondo. In quelle due situazioni ho condiviso l'uso della forza, quindi non ho da spiegare in termini ideologici e politici perché oggi sono contrario. Sono e siamo contrari per delle ragioni esclusivamente politiche e vorremmo che le consideraste anche voi. Prima di tutto una eventuale guerra che cosa determinerebbe nel rapporto tra mondo occidentale, paesi arabi e società islamiche? Non si tratta di un piccolo problema se solo pensiamo a cosa matura nella società islamica, alla febbre che è sotto la pelle di quelle società e che è cresciuta in questi anni intorno a fenomeni, a manifestazioni di estremismo e di fanatismo religioso che, in primo luogo, si sono caratterizzati in termini antioccidentali.
In secondo luogo, l'eventualità di una guerra non potrebbe aprire le porte a una sequenza terribile di attività terroristica nel mondo? E in ultimo, cosa può determinare l'eventualità di una


guerra nello scacchiere del Medio Oriente che, lo sappiamo tutti, è immediatamente connesso alle vicende dell'Iraq? Queste sono le questioni su cui ragionare.
Questa mattina è stata pubblicata sul Corriere della Sera l'intervista della Regina di Giordania -, che non credo possa essere accusata di antiamericanismo per storia, cultura, formazione o di avere qualche atteggiamento concessivo e lassista verso Saddam Hussein. Questa persona conosce bene i sentimenti dei cittadini arabi perché essa stessa è araba. Leggetela questa intervista, perché è lucida, tutta politica, dalla prima all'ultima parola, e pone esattamente le questioni che io vi sto ponendo e cioè di come si possa evitare che l'uso della forza contro Saddam Hussein determini esiti che sono esattamente l'opposto di quelli per i quali quella guerra oggi ci viene proposta e motivata (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, del Misto-Comunisti italiani, del Misto-Verdi-l'Ulivo e del Misto-Socialisti democratici italiani). In questa nostra posizione siamo confortati anche da altre ragioni; Chirac non è certamente uomo che può essere catalogato tra i pacifisti di questo nostro mondo, di questa nostra Europa, eppure, ancora ieri, ha dichiarato di non considerare la guerra inevitabile e di considerare prioritario mettere in campo ogni iniziativa per scongiurarla. Un uomo come Al Gore, che è stato candidato ad essere Presidente degli Stati Uniti e non può essere certo accusato di antiamericanismo, ha svolto un discorso - che, ieri ed oggi, tutta la stampa ha ripreso - di grande severità nei confronti della leggerezza con cui l'amministrazione Bush sta gestendo questa crisi, ha richiamato l'America alle sue responsabilità di fronte al mondo e, proprio in omaggio a questa responsabilità, ha chiesto al suo paese di lavorare per scongiurare quella guerra.
E nell'atteggiamento dei paesi arabi, non vi è una classe dirigente nell'ambito degli stessi - anche tra le più moderate, non dico quelle che sono sempre state più estreme - che non sia preoccupata.
Mi riferisco al Marocco, all'Arabia Saudita, alla Giordania, vale a dire a quei paesi arabi che, sono tradizionalmente gli alleati più fedeli degli Stati Uniti e che sono estremamente preoccupati di cosa si possa produrre nel momento in cui si giunga ad un'eventuale guerra. A tutti questi paesi si sono uniti la Francia, la Germania, la Cina e la Russia che hanno



non meno perplessità, tutti paesi che l'anno scorso - e lo sottolineo - erano tutti parte della coalizione contro il terrorismo. Nel momento in cui si producesse una guerra che determinasse questi eventi catastrofici, che fine farebbe la coalizione contro il terrorismo? Nel momento in cui la coalizione contro il terrorismo andasse in briciole, la lotta contro il terrorismo sarebbe più forte o più debole? Queste sono le questioni che noi poniamo.
Come vede, onorevole Adornato, non parlo né del provvedimento Cirami né di Tremonti perché penso che l'orizzonte, quello di cui stiamo discutendo, sia molto più nobile e degno (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo). Sto ponendo a lei, al Presidente del Consiglio nonché al dottor Bonaiuti, che da ieri è il mio interlocutore principale sulla base di una dichiarazione del Presidente del Consiglio (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo) queste considerazioni. Vorrei che chi dirige questo paese fosse attento a considerazioni che hanno una natura politica e che attengono a scelte di politiche internazionali e di politica estera particolarmente impegnative per il nostro paese. Queste sono, quindi, le questioni che noi vi poniamo e concludo, signor Presidente.
Il problema non è decidere se andare o non andare in guerra. Il problema è evitarla, lavorare in ogni modo per scongiurare un'eventualità che sarebbe, in ogni caso, di natura catastrofica e cogliere tutti gli spazi, se vi sono, per fare in modo che questa guerra non vi sia. Alcuni spazi si sono aperti, minimi naturalmente. Sappiamo ben guardare una vicenda internazionale così delicata! C'è, per ora, una dichiarazione di disponibilità da parte di Saddam Hussein di accettare le ispezioni immediate senza condizioni.
Poiché abbiamo un giudizio su Saddam Hussein molto preciso, sappiamo bene che quella dichiarazione di disponibilità va verificata perché, troppe volte, alle parole sono corrisposti invece comportamenti di segno opposto. Vediamo, allora come si mette in campo ogni iniziativa politica per verificare che quello spazio sia percorso, che quella dichiarazione sia una dichiarazione a cui Saddam Hussein è



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obbligato ad ottemperare, che si compiano effettivamente le ispezioni e si garantisca l'applicazione delle risoluzioni dell'ONU in Iraq.
Dobbiamo lavorare affinché l'ONU abbia autorevolezza e forza.
Signor Presidente del Consiglio, nella parte finale del suo discorso vi è stato un suo passaggio che meriterebbe una discussione a parte, ma glielo sottolineo perché è un aspetto che va discusso. Lei ha affermato che l'ONU, di propria iniziativa, deve farsi carico di evitare che gli Stati si muovano soltanto sulla base della propria volontà autonoma (ho riassunto questo passaggio; ma dal testo si possono leggere esattamente le sue parole). Ritengo che questa sua frase andrebbe rovesciata: non è l'ONU che deve dimostrare agli Stati di avere forza, perché le Nazioni Unite, così come sono state chiamate al momento della loro fondazione, è una Società di Nazioni. Il potere che hanno le Nazioni Unite non deriva da altra fonte di legittimazione se non da quella delle nazioni che la compongono.
Noi viviamo da troppo tempo la seguente contraddizione: ogni qualvolta scoppia una crisi, una guerra o un conflitto la prima cosa che tutti dichiarano, a partire dai primi ministri di ogni paese, è che l'ONU intervenga. Dovendo immediatamente constatare che l'ONU non ha soldi, uomini, poteri e competenze e che non gli vengono forniti esattamente da quei capi di Stato e da Capi di Governo (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani e Misto-Socialisti democratici italiani) che chiedono all'ONU di intervenire. Il problema dell'ONU è la sua sovranità che è ancora troppo debole.
È forse questa - e concludo davvero - la più grande contraddizione, sul piano politico, della globalizzazione, di un mondo che è globale in tutto, nell'economia, nella finanza, nelle comunicazioni e nella circolazione degli uomini e delle merci, ma non è globale nella sovranità. È un mondo che continua ad essere retto, nonostante sia globale ogni tendenza ed ogni fenomeno, dalle sovranità nazionali e dalle relazioni tra sovranità nazionali.
Questo è il problema, Iraq o non Iraq, che abbiamo di fronte e che si risolve soltanto se si rafforzano le sovranità sovranazionali, non se le si deprimono.



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Noi, in Europa, come stiamo affrontando i problemi di un continente che sempre più sono problemi comuni? Dandoci una moneta comune, volendo avere una politica estera comune, una politica di difesa comune, con una riforma delle istituzioni per dare più potere all'UE: costruiamo cioè un soggetto sovranazionale che sia capace di governare l'Europa ed i suoi problemi.
Il problema del mondo è questo: ed è naturalmente assai più complicato. È già difficile mettere d'accordo 15 paesi in Europa, figuriamoci 190 nel mondo! Il problema tuttavia è questo! Ciò significa che, sia pure con tutta la gradualità ed il tempo necessario, la scelta che deve essere fatta è quella non di deprimere il ruolo delle Nazioni Unite, bensì di rafforzarne i poteri, le competenze, le funzioni e le risorse, in misura tale che sia in grado di essere un nucleo d'autorità governante in grado di intervenire là dove si producono conflitti ed avere una capacità di risoluzione.
Mi avvio alla conclusione: il Presidente Casini ha già avuto la pazienza di concedermi ancora qualche minuto di tempo in più. Ciò che noi chiediamo in definitiva è agire con grande determinazione insieme con gli altri paesi dell'Unione europea, insieme ai nostri alleati, insieme con gli Stati Uniti d'America, con i paesi arabi e, in primo luogo, con l'ONU per scongiurare questa guerra.
Ciò che quindi le chiediamo non è ritenere che questo dibattito parlamentare le abbia dato il mandato per dire sì ad una guerra, bensì ritenere che da questo Parlamento le venga una sollecitazione forte affinché l'Italia faccia tutto ciò che sia in suo potere perché alla guerra non si arrivi ed al mondo sia evitata una catastrofe drammatica (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani, Misto-Socialisti democratici italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo - Vivi applausi - Congratulazioni).

 
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