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13 Novembre 2002
Intervento di Marcello De Cecco
Seminario di studi “L’Italia e le riforme”
Firenze 25-27 ottobre 2002
Sono qui come un cane in chiesa: non sono un politico, non sono un sindacalista, sono un umile economista, faccio la cassandra da trenta anni perché al 1972 risale il mio primo articolo sulla collocazione internazionale dell’economia italiana nel quale ho avanzato qualche modesta critica a quello che era ancora un sistema industriale molto forte, e che prevedevo avrebbe avuto seri problemi in un futuro non lontano. Mano mano se n’è rivelata la debolezza e proporrei che il segno ultimo della debolezza del sistema economico italiano è proprio l’attuale Governo: questo dimostra molto bene dove siamo arrivati. Se questo Governo può essere eletto dai miei concittadini vuol dire che bisogna riflettere, senza parlare di strutture e sovrastrutture e altre cose che non mi appartengono, non sono mai stato marxista, però basta Adamo Smith per spiegare questa cosa, non c’era bisogno di arrivare al vecchio con la barba. Dopo aver gridato “al lupo, al lupo” per trenta anni il lupo è arrivato, nessuno è molto contento, però vedo che la coscienza dell’arrivo del lupo si è veramente - in questo Paese unanimistico – diffusa con una velocità incredibile. C’è rimasto quasi solo Bersani a difendere le piccole imprese, perché giustamente con quell’accento come farebbe a non difenderle, è come se io andassi contro gli spaghetti, però bisogna dargliene atto: c’è rimasto solo lui. Eppure era solo ieri, erano tutti qui a spellarsi le mani, il Censis era il padrone d’Italia; ricordate quante amministrazioni di sinistra lo chiamavano a fornire le sue interpretazioni consolatorie di quel che andava chiamato col suo vero nome, decadenza industriale del paese? Non c’è bisogno di molta memoria per ricordarsi queste cose. Siamo arrivati a quel funerale al quale stiamo partecipando e dobbiamo far resuscitare quello che adesso tutti dicono unanimemente essere un morto. Io non credo che sia un morto, per me è molto peggio di un morto, è come quando uno ha un grande amore e a un certo punto si accorge che non era vero niente: è una fortissima delusione per quello che è accaduto e che era estremamente prevedibile e prevenibile. Con il determinismo non si va da nessuna parte, anche oggi. Veniamo allora ad una attività nella quale gli economisti non sono un granché: gli economisti sono al massimo dei buoni diagnostici ma come terapeuti non valgono molto. Però qui bisogna provarsi. La prova di ricostruzione, secondo me, è quella che passa, ineluttabilmente, per il sistema educativo: non c’è altra cosa che abbiamo perso di più. “L’Italia che sa fare”: certo, come no? Quelle signore che stanno a casa loro e fanno dei miracoli di cucito e filato – e fanno dei vestiti che poi vengono venduti in tutto il mondo con questo sistema di subfornitura che abbiamo studiato a iosa – non sono persone che l’hanno imparato a scuola ad avere le mani d’oro. No, l’hanno imparato perché glielo hanno insegnato le loro madri e a quelle a loro volta le loro madri, in una catena di saper fare quasi genetico. Così come la meccanica dell’Emilia Romagna, della Lombardia: sono cose vecchie di secoli .Eppure noi oggi le stiamo distruggendo. Dovendo passare dal momento in cui la tecnica era genetica al momento in cui la tecnica è da apprendere vale chi ha il sistema di apprendimento adatto: noi non ce l’abbiamo il sistema di apprendimento, perché, se le nostre scuole di elite, i licei, gli istituti tecnici, erano eccellenti, noi abbiamo miseramente fallito nella istruzione di massa successiva alla scuola elementare. Noi abbiamo forse creato degli ottimi cittadini, anche se poi votano per Berlusconi, ma non credo che abbiamo creato della gente in grado di fare il salto qualitativo come paese produttore di prodotti ad alta tecnologia. Mentre, a livello di piccole elites, avevamo avuto per centinaia d’anni il famoso primato morale e civile degli italiani . In ogni momento della storia che vogliamo nominare ci sono scienziati e tecnologi italiani, che lavoravano in Italia, sulla frontiera del sapere e della tecnologia. Oggi, per la prima volta in mille anni, non è più vero. Andate a chiedere agli spagnoli quanti tecnologi o quanti scienziati possono mettere sul tappeto , nel corso dell’ultimo millennio. Chiedetelo anche a un brasiliano o perfino a un indiano, un cinese. Noi ce li abbiamo sempre avuti, anche quando eravamo poveri e divisi in tanti staterelli, ma adesso non ce li abbiamo più, stanno in America i nostri scienziati e tecnologi e ci continueranno ad andare se continuerà a funzionare il sistema educativo che abbiamo ridotto nelle condizioni in cui si trova . Io non do la colpa a questo Governo perché sarebbe ridicolo dare la colpa a qualcuno che sta qua da un anno e mezzo. Questo governo è solo protervo, è la conseguenza dello sfascio economico e sociale che è colpa nostra , perché noi siamo stati in posizione di responsabilità, chi più piccole chi più grandi, per un periodo molto lungo, senza vedere che ci stavamo mangiando la semente. E speriamo che la semente non ce la siamo mangiata già tutta, ma mi preoccupa moltissimo il fatto che i ragazzi veneti lascino la scuola prima dei ragazzi calabresi: questo vuol dire che andiamo à rebours, al contrario e non andiamo nella direzione in cui noi credevamo di stare andando e nella quale vanno gli altri paesi dell’ Europa civile. Ma, se permettete, anche questo nanismo industriale non è quello che credevamo stessimo facendo e nemmeno quel sistema fiscale con il quale si è dovuto confrontare Enzo Visco quando ha avuto responsabilità di governo, era quello che gli avevano insegnato i suoi maestri. Quello che gli avevano insegnato i suoi maestri era che la gran parte delle risorse vengono messe in movimento dai lavoratori dipendenti che vengono tassati alla fonte. E dov’è vero questo? In Europa, non nell’Italia di oggi, quell’Italia che noi stessi abbiamo contribuito a creare. Da noi è vero per la metà della gente, ma c’è un’altra metà, dei sommersi, dei CO.CO.CO., dei lavoratori autonomi.. Sono due Paesi distinti, eppure il nostro sistema era disegnato come quelli del resto dell’Europa civile, solo per la metà che comprende i lavoratori dipendenti e gli imprenditori “normali”(che sono sempre meno) . Quindi ci siamo trovati a dover cambiare completamente prospettiva dopo che Vanoni, Visentini, Cosciani, eccetera ci avevano messo in piedi un sistema fiscale a imitazione di quello degli altri paesi civili, mentre il nostro sistema industriale e produttivo si è messo ad andare nella direzione opposta. Noi non stiamo andando, infatti, nella direzione degli altri. Ma ci sono anche caratteristiche macroeconomiche che ci distinguono dagli altri . La principale che mi viene in mente è la dimensione del debito pubblico, che ci distingue dai francesi, dai tedeschi, dagli inglesi, dagli spagnoli, da tutti gli altri. Tranne i belgi. Il servizio del debito pubblico si porta via il 4-5-6% ( a seconda del livello dei tassi di interesse)ogni anno del nostro sangue: prima lo dava ad altri italiani e quindi si innescava un peculiare meccanismo. I genitori hanno figli disoccupati però hanno risparmi investiti in titoli di Stato e quindi li mantengono con gli interessi. E’ una follia, lo abbiamo anche scritto dieci anni fa, però almeno finiva qua. Poi i tassi di interesse sono scesi, i privati sono stati convinti, non si sa con quanta saggezza, dalle banche a comprare azioni , fondi di investimento, polizze di assicurazione, obbligazioni di paesi emergenti per mantenere il flusso degli interessi cui erano abituati. I titoli di Stato italiani sono finiti così per il 50% all’estero, nei portafogli degli intermediari finanziari. Sono oggi nelle mani di istituzioni che vogliono tenerli solo se gli dai delle prospettive di guadagno a breve in conto capitale. La volatilità dei titoli di stato è dunque forte e lo sarebbe anche più se avessimo mantenuto la Lira italiana, anziché entrare nell’Unione monetaria europea. Oso dire che è questo il principale motivo che ci ha indotto a entrare nell’Euro . Questo è stato fatto da noi, coscientemente: nel 1993 proponemmo indipendentemente, Bruno Visentini , Enzo Visco ( che poi ha cambiato idea) ed io, che si facesse un’operazione di conversione del debito pubblico, trasformandolo in consolidato con cedola reale, ma questa fu considerata una follia di economisti fuori dal mondo. Ebbene, adesso abbiamo che il 50% dei titoli di stato sta fuori e niente di male se qualcuno ha deciso di pagare per noi ma il problema è che bisogna remunerarlo e se decide di volere di più a livello internazionale bisogna dargli di più, quindi il surplus primario deve crescere e con quel surplus primario si potrebbero fare tante cose. Nell’emergenza del 1992-1993 si decise di prendere dai conti in banca degli italiani una tassa una tantum. Fu un’operazione estremamente forte, quanto e forse più della conversione del debito, ma era momentanea, era una tantum . Il consolidamento del debito pubblico, invece, sarebbe stata non un’una tantum ma una soluzione duratura perché avrebbe risolto il problema del debito pubblico. E non c’è bisogno di parlare di bacchetta magica, è una cosa estremamente semplice e se si fosse fatta, mentre si ristabiliva, come i governi di centro-sinistra effettivamente fecero, l’equilibrio del bilancio primario, ci saremmo tolti da sopra il capo questa spada di Damocle che ci impedisce ogni strategia di sviluppo economico tramite l’uso intelligente del denaro pubblico. Questa, quindi, è una differenza e l’altra differenza è quella del sistema pensionistico: si continua a credere che basti operare sui flussi. Qui o si lavora sugli stocks o è inutile che ci facciamo delle illusioni, ci troveremo presto nei confronti del debito pensionistico esattamente come già ci troviamo nei confronti del debito pubblico. E’ vero, quasi tutti hanno delle pensioni molto piccole, e molte sono dei veri e propri sussidi di povertà, quindi bisogna dire ai pensionati che probabilmente occorrerà che si sacrifichino per i loro figli ma per fare questo allo stesso tempo bisogna dare loro una prospettiva. Bisogna dimostrare ai pensionati che coi soldi che si tolgono a loro si fanno investimenti che permettano ai loro figli e ai loro nipoti di avere lavori e redditi decenti che diano la possibilità di mantenere anche la massa dei pensionati, oltre a tenere in piedi una struttura economica grande abbastanza da avere abbastanza occupati per permetter loro, quando sarà il momento, di godere di una pensione decente. Ma occorre pure dare ai lavoratori dipendenti la sensazione precisa che anche l’altra metà degli italiani paghi le tasse. Tutto questo non si fa col nanismo imprenditoriale. E nemmeno con la chimera dei fondi pensione. Due trappole nelle quali la sinistra è caduta, negli anni novanta, con una cecità che spaventa. Non tutto è finito, tuttavia, perché probabilmente delle politiche di incentivazione, di ricostruzione di dimensioni più normali di impresa non sono difficili, basta volerlo. Basta, ad esempio, finirla con gli incentivi all’autofinanziamento. Questi perpetuano necessariamente l impresa individuale, l’impresa nana. Ma lo vuol capire , la sinistra, che i suoi elettori non sono quel cinquanta per cento dell’Italia che vive fuori delle leggi, che costruisce case che cadono, che è alla mercè delle mafie e delle cosche. Già, durante i governi della sinistra, quella percentuale è arrivata al cinquanta per cento della popolazione. E’ il momento di rendersene conto e di cambiare musica. Di andare, in altre parole, dal punto di vista delle strutture produttive, verso la Francia e la Germania, verso gli Stati Uniti, non verso l’economia del Bazaar mediorientale e il marasma balcanico Finisco con un solo esempio: nella valle del Sangro, dalla quale io mi onoro di provenire, ci sono due imprese: una è la Sevel che fabbrica i furgoni Ducato – per la Fiat, la Peugeot, la Citroen - e l’altra è la Honda che fa delle motociclette, piccole e grandi, che si esportano in tutta Europa. In tutti questi anni in cui queste due grandi aziende sono state nel territorio la Fiat non ha costituito quasi nessun subfornitore: tre o quattro al massimo. Uno gestisce la mensa, qualche altro trasporta sui camion per conto della Fiat, un paio fanno qualche piccola componente dei furgoni. La Honda che non è italiana ha cinquanta, sessanta subfornitori. Non ce li ha trovati , in Val di Sangro. Li ha inventati, li ha creati, li ha educati, l’ha mandata in Giappone , questa gente che faceva il contadino o il geometra, a imparare come si gestisce una impresa industriale. Gli ha persino spiegato come si dispongono i macchinari all’interno delle fabbriche, e gli ha anche detto, per tempo, di ampliare la gamma dei clienti per non dipendere completamente dalla Honda. E perché è stato possibile questo? Perché la Honda ha paura di essere cacciata dall’Europa e dall’Italia, non fa parte del territorio, e le riesce abbastanza difficile strizzare l’occhio al sindacalista o al politico locale . Perciò si è circondata di gente locale che divide il suo destino e la difenderà da improvvide decisioni del governo centrale, di quelli locali, dei sindacati degli imprenditori e dei lavoratori. Quell’altro, invece, è il padrone del territorio: voglio una vite? La prendo a Torino, perché la devo fare qua? Non mi devo circondare di amici qua intorno. Se si ragiona così si va a finire come siamo andati finire. Tutti glielo hanno lasciato fare. I giapponesi nel loro interesse hanno costituito una struttura che gli italiani lì non hanno ritenuto necessaria. Che i giapponesi abbiano fatto così mi fa molto piacere. Che non siamo riusciti a farlo fare alla Sevel è molto triste, tragico ed è colpa nostra e se questo non finisce, finiremo prima noi. Quelli della mia generazione non avranno chi gli pagherà la pensione e i giovani si troveranno a fare la concorrenza all’Est Europa, al Brasile, al Sud Est Asiatico in settori che gli altri europei hanno abbandonato da vent’anni.
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